Adesso!
LE VOCI DI MRB.IT | 'Il colombo osservatore', la rubrica di Carlo Esposito
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Antonio Diodato, in gara a Sanremo 2020 con "Fai rumore"
Carlo Esposito | 5 Febbraio 2020 - 08:00
Tempo di lettura: 6 minuti e
Certe volte il cuore lo odio. C’è poco da dire. La felicità e l’orgoglio che emerge per essere riusciti a vincere ancora una volta fuori dalle mura amiche, si scontra con il cervello.
E il cervello, in questo caso, non è altro che la consapevolezza che (al 90%) questa ennesima vittoria fuori casa, servirà ben poco perché la stagione è stata compromessa da un inizio di campionato mai convincente, mai all’altezza delle aspettative e sul quale il Taranto non ha mai messo le mani sopra.
Attenzione, però, non voglio trascendere da due considerazioni: la prima è che essere troppo coinvolti, acceca; la seconda è collocare nella giusta dimensione il cammino del Taranto.

Non voglio che sia la vittoria su una diretta concorrente (non avremmo scommesso neanche un centesimo sul Sorrento…) a riaccendere speranze che farebbero solo male. È un atteggiamento che non si può rimproverare, quello di non avere aspettative. Non ce ne voglia nessuno, perché allo stato attuale, pensare in una improbabile rimonta è deleterio, controproducente. Un’arma a doppio taglio perché ormai la ferita è mastodontica tanto da sapere pure da dove stia sanguinando. Le infinite delusioni a cui siamo stati sottoposti hanno spento l’entusiasmo, la voglia e la passione di chi anche dopo il fischio arbitrale, spera ancora nella vittoria. E contestare queste parole affibbiandone il termine di troppo dure, deprimenti o addirittura contrarie e contestatorie è un pugno allo stomaco. Se esiste qualcuno capace di pensare questo, è un uomo che presumibilmente, allo stadio non ha mai respirato l’aria che tutti i veri tifosi del Taranto hanno in corpo.

Nessuno che abbia caldeggiato la parte dell’utente finale pretendendo il rispetto nei confronti di chi vuole bene a prescindere; perché se è vero che siamo figli di questa città, che amiamo visceralmente, allo stesso tempo possiamo affermare che abbiamo amato anche noi, come un genitore, questa squadra che da anni non fa altro che entrare ed uscire da un “centro di recupero”.
Ed è qui che si torna al secondo punto delle mie considerazioni: la collocazione vera di questa vincente domenica campana. È quasi inutile ricordare, a chi rimprovera la “poca gioia” e partecipazione positiva al “sistema Taranto”, che vincere a Sorrento è ben poca cosa.

Sorrento, Francavilla in Sinni, Gelbison, Grumentum ma anche Casarano, Brindisi ed Andria sono vittorie che non ci appartengono, perché la nostra dimensione è ben altra. È vero che vincere un campionato di serie D non è mai stato e non sarà mai facile, ma il nostro blocco sta proprio li. La contrapposizione di chi combatte per questa squadra e di chi, invece, si immerge completamente in questa dimensione... è tutta lì.
Calarsi nella dimensione del dilettantismo ci ha “reso” dilettanti, anche nel nostro DNA, coinvolgendo il nostro blasone. La serie D, lo ripeterò fino al fischio finale, non appartiene al Taranto. Se qualcuno vuole far passare il discorso che “corsa e muscoli” è la nostra unica strada per perseguire il risultato, ha sbagliato di grosso. Dopo Palermo, il Taranto e il Foggia sono le uniche 2 realtà cittadine, sportive, storiche, che devono considerare la prima serie dilettantistica, soltanto un mero passaggio, un transito obbligato, un incubo dal quale svegliarsi alle 5 del mattino, ed è già troppo tardi alle 5!

Far credere, far passare, evidenziare che la serie D è la categoria con la quale convivere fino a che non si “azzecca” l’anno in cui gli arbitri non sbagliano, i gol arrivano, gli incassi si fanno e nessun’altra società è competitiva è stato ed è deleterio. Strutturarsi, organizzarsi, competere come una società di categoria superiore è l’unica arma che ci può permettere di elevarci, ri...sollevarci.
Desiderare spasmodicamente una serie B, come fosse il nostro traguardo più grande è sintomatico di un atteggiamento che non vuole il massimo, ma il minimo sindacale: il 36 con l’applauso dei bidelli ai vecchi esami di maturità.
Io non mi accontento perché faccio il mio dovere di tifoso: acquistando il tagliando, sottoscrivendo l’abbonamento e partecipando alla vita sportiva della mia squadra del cuore. Io voglio di più e non mi importa se alla guida ci sia D’Addario, Blasi o Giove, non mi interessa se in campo ci sono 4 under o bomber veterani.
Io voglio “Vincere”.

Una volta per tutte, senza accontentarmi, con la spocchia di chi ha una storia, con la boria di chi “se lo può permettere”, con la presunzione di chi “conosce di calcio” e la superbia di chi si riconosce “superiore”.
E’ questa, credo, la cosa che non ci accomunerà mai: come si può venire a far parte della famiglia Taranto, ad indossare la maglia del Taranto, affermando senza titubanze che “venire a giocare in riva allo jonio, prestare l’opera di ricostruzione di questa società è un onore perché una della più grandi a cui si può ambire” e poi ritrovarsi a giocare al cospetto di (lo scrivo a lettere per non essere frainteso) settanta persone, quando questa tifoseria può esprimere numeri da serie A?

Come fate ad accontentarvi di segnare ed andare ad esultare in panchina perché non c’è nessuno nel settore che voi stessi avete contribuito a disperdere domenica dopo domenica? La corsa dovreste farla verso chi rimane fuori...
È per questo che “i giocatori e le dirigenze vanno e vengono”, la maglia resta: mai come quest’anno le voci contro (ben poche rispetto a quelle mestamente rassegnate) hanno trovato riscontro nell’emblema contemporaneo: un teatro svuotato e desolatamente muto.
La vittoria di Sorrento possa essere per davvero un ricompattarsi, un nuovo inizio con cambio di rotta, con meno parole, meno botta e risposta, meno smentite sulle proprie dichiarazioni, meno rientri sui propri esoneri perché il Taranto possa essere un trampolino e non un contentino.
La serie D non ci piace, lo ribadiamo: non ci piace!
E se n’è resa conto anche la società, quando afferma che “a Taranto di serie D c’è solo la lettera del campionato che si disputa, tutto il resto intorno ha una rilevanza totalmente diversa”.

Siamo stanchi anche del terreno di gioco più prestigioso della stagione, della tifoseria più calda del girone, del tragitto più lungo dell’anno.
La gente, i tifosi, vogliono viaggiare verso altre realtà, verso altri luoghi, verso altre dignità.
La dimensione di questa gente, di questa terra non ha la D come lettera principale.
In questo momento noi non siamo noi, e vogliamo esserlo subito...
Vogliamo essere i primi, prima possibile... Adesso!

"Adesso", proprio come cantava Diodato a Sanremo qualche anno fa. Un esempio di quella Taranto che si è liberata dalla lettera D e vola alto.

Vogliamo essere i primi e lo pretendiamo.
Buon Taranto, avanti Taranto
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