Zio Mario
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Carlo Esposito | 18 Novembre 2020 - 11:30
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Zio Mario (all’anagrafe Mario Sportelli…) è uno di quelli che manco te ne sei accorto e ti ha cresciuto. In campo e nella vita. Si, perché zio Mario gioca con noi a calcio, nel campetto sterrato dei francescani di Viale Magna Grecia, alla chiesa San Lorenzo che fa da sparti acque tra Montegranaro e Salinella.
Poco meno di 30 anni fa ero uno dei tanti che al Sacro dei riti cittadini, alternava il profano di quel campetto in brecciolina bianca e finissima che, se cadevi a terra, la ferita non si richiudeva nemmeno quando ti chiamavano a fare la visita di leva.
Si incazzava zio Mario, perché bisognava giocare di squadra e gli innamorati del pallone poco li digeriva. Potevi essere pure il più forte di tutti ma, se il pallone andava oltre i tre tocchi personali, a fine partita erano solo urla, urla e basta.

Chi era in squadra con zio Mario aveva la vittoria assicurata e, messa in cassaforte, ci si dedicava a giocare di prima in modo che, quelli innamorati del pallone continuavano ad esserlo, quelli abituati a giocare di prima, il pallone, non te lo facevano più vedere. Zio Mario giocava sempre con una tuta grigio palestra, tanto per intenderci, i pantaloni infilati nei calzettoni, alzati fino al ginocchio, un kway rosso, sempre quello e una maglietta di lanetta con una striscia orizzontale rossa e una blu. Quando mi saltava, perché mi saltava eccome, il cappuccio del kway si gonfiava e lo vedevo scaricare la palla al compagno meglio piazzato con un no-look vocale, ovvero chiamava Luca e scaricava a Fabio. E quando correva, sto cappuccio rosso gli sbatteva sulla schiena come se stesse in motorino a prendere aria facendo comparire e scomparire il numero 7 scuro attraverso il giubbino con la zip tirata fino alla gola.

Quella maglia gliel’avrò vista indossare decine e decine di volte e ogni volta gli dicevo di non metterla oppure di non lavarla troppe volte, perché quella era una maglia del Taranto e io la desideravo più del perdono dei peccati di Padre Corrado.
Nind’ avè…” mi rispondeva a fine partita e ogni benedetto fine incontro mi facevo raccontare sempre la solita storia: “… quand’ère piccinnùddhe facèmme lè rattaccapàlle abbascje ‘o càmbe…èmme parecchje e se eri stato brave a dumèneche te facèvene stà a bordo cambe. A fine stagione andammo da Masinè cu le Mònace da parrochje e ne dèsere una muta intera di queste maglie. Ma questa Carlo mio, non te la posso dare perché è un ricordo. Ce le avevamo a casa tutte noi e l’ultimo torneo che facemmo le distribuimmo per tutti i giocatori, questa che porto addosso non è nemmeno la mia, pensa tu, ma di mio fratello, che non sa spiegarsi manco lui come fa a ritrovarsela ancora, quindi no ‘mme cacà ù c…ze, và belle và…”.

La maglia dei primi anni ’70 era bellissima: bianca manica lunga, in classico stile pacchetto di sigarette Muratti, con il numero 7 in similpelle blu un po' strappato e cucito a filo continuo, appartenuta a Giancarlo Morelli era ormai diventata una chimera. Quasi 10 anni dopo siamo in via Lombardia alla pizzeria Ambassador, per festeggiare i miei 30 anni. La vita era già cambiata da parecchio, il lavoro fuori regione, l’allontanamento dagli affetti, le discese a Taranto dagli amici sempre più contingentate… ma quella sera c’erano tutti, ma proprio tutti e avviatomi per sedermi al posto d’onore, zio Mario, accanto agli amici più disgraziati, quelli che fanno sempre casino e ti sckattano il cuore, mi lancia un sacchetto del pane alla “segurduna” colpendomi in testa. Fortunatamente e con mio grande stupore, pane duro dentro non ce n’era. All’interno solo una maglia di Morelli che “...è più giusto che la tenga tu stuè…auguri”…

Tutt’oggi, ogni volta che incontro zio Mario, le cose non sono cambiate e continua a raccontarmi la stessa storia, sempre alla stessa maniera, le stesse parole “… quand’ère piccinnùddhe facèmme lè rattaccapàlle abbascje ‘o càmbe…èmme parecchje e se eri stato brave, a dumèneche te facèvene stà a bordo cambe. A fine stagione andammo da Masinè cu le Mònace da parrochje…”

A distanza di anni…Grazie ancora, Zio Mario
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