TARANTO FC

Non è facile chiamarsi Giovinco

Il grande colpo del mercato rossoblù si confessa sottolineando alcuni pregiudizi che a causa del cognome hanno a volte condizionato la sua carriera

Foto Luca Barone

Il grande colpo del mercato rossoblù si confessa sul periodico TimeOut. Ecco l'intervista integrale:

Nato a Torino, però da papà palermitano e mamma calabrese, emigrati al Nord per lavoro…
«Sì, possiamo dirlo. Mi considero un terrone anch’io…».

Quasi quattro anni più grande c’è un altro componente nella famiglia Giovinco. Il figlio maggiore, di nome Sebastian…
«Il calcio è stato un approdo naturale. Non eravamo una famiglia benestante, lavorava solo mio padre, in fabbrica. Con mio fratello c’erano continue sfide con una palla artefatta di carta o stagnola oppure interminabili partite ai giardini».

A Torino, se si inizia a giocare a calcio, è probabile che si finisca per fare un provino alla Juventus…
«Sono entrato nel settore giovanile bianconero a 5 anni e ci sono rimasto per dodici. Seguivo le orme di Sebastian, stessi allenatori, occhi diversi con cui venivi giudicato, i primi pregiudizi…».

Tifoso juventino immagino…
«Non posso ritenermi un tifoso della Juventus. Fare tutto il settore giovanile in una società qualcosa lascia sotto l’aspetto affettivo. Magari la guardo in TV, se c’è una bella partita di Champions. Io, del resto, non amo guardare tanto calcio in televisione, preferisco selezionare le partite più interessanti».

L’ombra di un fratello maggiore che mette in mostra qualità uniche comincia ad allungarsi su Giuseppe…
«Il rischio c’è stato e si è verificato. Da qui la decisione ad un certo punto di fare percorsi scolastici diversi. C’era la necessità per me di fare un proprio cammino formativo. Tornassi indietro anche sul fronte calcistico farei un altro tipo di valutazione».

Sebastian è stato un’ispirazione per te?
«Io non l’ho mai considerato un’ispirazione o un esempio. L’ho sempre visto semplicemente come mio fratello verso cui ho profonda ammirazione per quello che ha fatto. Stiamo parlando di un fenomeno. È normale che avesse gli occhi di tutti addosso. Però in tutta sincerità questa presenza in qualche caso non ha giovato alla mia carriera. Lo si percepisce. Quando si parla di me inevitabilmente il discorso scivola sempre lì, anche nelle trattative di mercato. È quasi sempre mancato un giudizio obiettivo».

Un paragone lo facciamo anche noi, ma serve per introdurre il capitolo della tua carriera. Quando Sebastian nel 2013 vince il suo primo scudetto con la Juventus, tu giochi a Viareggio. Alla fine di quell’anno sta per nascere una grande opportunità…
«A marzo del 2013 il direttore sportivo Pino Vitale mi ingaggia per lo Spezia in B con la prospettiva di un buon contratto e magari raddoppiare la durata del vincolo. Invece a giugno Vitale va via sostituito da Romairone, che aveva le sue idee. Io non ero più la prima scelta, ma la sesta o settima. Ho preferito andare a Pisa, peraltro grande piazza».

Rimpianti?
«Non lo rifarei, ma avevo 23 anni e il mio carattere mi spingeva a voler giocare. Invece se avessi avuto dei buoni consiglieri avrei atteso il mio turno. La Serie B è un campionato lunghissimo, la mia occasione sarebbe arrivata e magari l’avrei anche colta».

Una striscia di undici anni di Serie C. Quell’occasione mancata avrebbe potuto schiudersi anche nel 2017 dopo la splendida annata di Catanzaro…
«Nove gol, la fascia di capitano, la maglia numero 10. Ho disputato una stagione bellissima. Alla fine di quell’anno avrei meritato una chance in una categoria superiore. Purtroppo anche lì non ho avuto la giusta spinta per salire di livello».

Momenti indelebili della carriera?
«Mi viene in mente la semifinale di Coppa Italia del 2013 con il Viareggio. Perdiamo in casa 3-1, vinciamo all’Arena Garibaldi 3-0 al ritorno con una mia doppietta. E poi l’intero anno di Catanzaro, la città di mia madre. Amici e parenti che ti guardavano dagli spalti. Fosse dipeso da me non sarei mai andato via».

L’allenatore che ricordi in modo particolare?
«Stefano Cuoghi a Viareggio. Gli è bastato poco per comprendere il mio carattere. Mi piaceva il suo modo diretto di dire le cose, senza inventarsi scuse particolari».

Un compagno di squadra a cui ti senti legato?
«Forse Riccardo Zampagna alla Carrarese. Io ero un bambino, ma lui mi trattava come un suo pari. Mi ha aiutato parecchio a crescere».

Sei alto 1,67, qualche centimetro in più di tuo fratello. L’altezza in un calcio sempre più fisico è un vantaggio o risulta penalizzante?
«Non credo faccia tutta questa differenza. Dipende da come gioca la tua squadra. Se mi tirano pallonate, è ovvio che per me sarà più complicato…».

Hai militato in tante piazze: sanguigne come quelle toscane, tranquille al Nord, passionali al Sud. Il mestiere di calciatore si vive alla stessa maniera?
«L’anno scorso a Renate, alla fine del campionato, ho detto al mio procuratore: trovami una squadra del girone C. Inutile girarci intorno, per un calciatore la percezione dell’ambiente che respiri giornalmente è differente. Si vive con più intensità, crescono anche le tensioni, ma è anche il bello del nostro lavoro. Si gioca per la gente che trepida per la propria squadra».

Taranto quindi è stata una volontà precisa…
«All’inizio non immaginavo di finire al Taranto, ma quando mi è stata paventata questa possibilità non me la sono fatto scappare. Obiettivi? Bisogna sempre porsi degli obiettivi. Mi piacerebbe essere importante per la piazza di Taranto, lasciare un segno anche per me stesso. Andare oltre quei pregiudizi che prima o poi spuntano sempre. E che non hanno rappresentato un peso, ma certamente alla lunga mi hanno dato un po’ fastidio».

Fonte: TimeOut - Luigi Carrieri


Scroll to Top