Il calcio tra fascismo e Resistenza. La storia di Bruno Neri, da mediano a combattente antifascista
FESTA DELLA LIBERAZIONE - 25 APRILE | Nel giorno della festa della liberazione la storia partigiana di un azzurro di Vittorio Pozzo
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Redazione MRB.it | 25 Aprile 2020 - 08:00
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Sappiamo quanto lo sport in generale, compreso il calcio, abbia contribuito al successo dell’immagine del fascismo durante gli anni ’20 e ’30, attraverso l’accorta politica propagandistica del regime, il pieno controllo degli organi della Figc, del Coni, delle federazioni sportive, dei principali giornali sportivi quali la Gazzetta e il Corriere dello Sport. Gli stadi in particolare divennero veri e propri “teatri di massa”, dove si radunavano folle oceaniche cui poteva facilmente rivolgersi la propaganda del regime, che si esprimeva anche attraverso gesti simbolici come l’imposizione dell’obbligo del saluto romano prima dell’inizio delle partite. Ma lo sport ha combattuto anche la sua Resistenza e per averne delle prove occorre ricercare le fonti documentarie, anche attraverso la memorialistica, in grado di sottrarre dall’oblio atleti che hanno onorato lo sport senza rinunciare alla propria dignità di uomini, che hanno saputo compiere scelte coraggiose, pagandone fino in fondo le conseguenze.

Il primo episodio assai eloquente che vede protagonista il nostro calciatore è riassunto in una immagine fotografica. Era il 10 settembre del 1931, a Firenze si inaugurava l’avveniristico stadio progettato dall’ingegnere Pier Luigi Nervi, intitolato alla squadrista Giovanni Berta. In campo per una amichevole la squadra viola, in cui militava Bruno Neri, contro il Montevarchi.
Come si può vedere nell’istantanea, riportata nei documenti proposti, Neri è l’unico tra i giocatori allineati sul campo prima del fischio d’inizio a non fare il saluto fascista. Un bel coraggio, non c’è che dire.

Bruno Neri era passato due anni prima, per diecimila lire, dal Faenza (sua città natale) alla società gigliata del conte Ridolfi, che aveva finanziato la costruzione dello stadio di Campo di Marte, oggi Artemio Franchi. A Firenze sarebbe rimasto fino alla stagione 1935-36, collezionando circa duecento presenze e realizzando un solo gol. In maglia viola le sue pregevoli doti da mediano furono apprezzate anche da Vittorio Pozzo che lo volle prima nella nazionale B e poi lo fece esordire in quella maggiore il 25 ottobre del 1935, in uno scontro con la Svizzera, valido per la Coppa Internazionale e vinto dagli azzurri per 4-2. Nonostante fosse un ottimo mediano di interdizione, Nerì collezionò solo tre presenze in nazionale.

Dopo la Fiorentina vestì per una sola stagione la casacca rossonera della Lucchese, allenata dal grande tecnico ungherese Ernest Erbstein, con il quale vivrà in seguito due esaltanti stagioni nel Torino, dove giocherà per complessivi tre campionati, fino al 1940, per poi far ritorno al suo Faenza. Andò molto peggio ad Erbstein, che all’undicesima giornata del campionato 1938/1939, quando il suo Torino era primo in classifica davanti ai campioni d’Italia dell’Ambrosiana (come era stata autarchicamente rinominata Internazionale), venne convocato in questura: era il 18 dicembre 1938, e le vergognose leggi razziali fasciste imponevano ad un cittadino straniero di origine ebraica l’abbandono del nostro Paese. Anche le sue figlie, pur battezzate, furono costrette a lasciare la scuola, come migliaia di altri studenti ebrei. Due mesi più tardi stessa sorte toccherà ad un altro grande allenatore, Árpád Weisz, che aveva guidato il Bologna alla vittoria di due scudetti consecutivi, tra il 1935 e il 1937. Due tecnici che avevano riportato grandi risultati calcistici e che, come nel caso di Weisz, avevano inventato gli “schemi”, rivoluzionando il modo di giocare in senso moderno, sparirono letteralmente senza che nessuno in Italia sentisse la necessità di difenderli o, almeno, ricordarli. Quando poche settimane dopo l’allontanamento di Erbstein dal Torino, Vittorio Pozzo, il commissario tecnico della Nazionale osservò che la squadra granata avrebbe dovuto lavorare ancora molto per tornare al gioco brillante che le aveva dato il tecnico magiaro, non fece alcun riferimento al motivo razziale che lo aveva costretto a lasciare la guida della squadra. L’indifferenza, ancor più che l’antisemitismo, fu il sentimento prevalente con cui la maggior parte degli italiani, purtroppo, assistette all’applicazione delle leggi razziali.

Ma torniamo al nostro calciatore faentino. Amante dell’arte e della poesia, Bruno Neri quando non era in campo si dedicava a promuovere incontri culturali, oppure se ne andava con gli amici poeti per mostre e musei. Durante gli anni in riva all’Arno frequentò lo storico caffè letterario delle Giubbe Rosse in piazza della Repubblica dove poteva incontrare Mario Luzi, Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Eugenio Montale. Dopo l’armistizio del 1943 e mentre disputava il campionato dell’Alta Italia col Faenza, Neri scelse la militanza antifascista arruolandosi nella Brigata Ravenna con il nome di battaglia Berni.

Così riassume la sua adesione alla lotta partigiana lo storico Sergio Giuntini:
Tramite il cugino Virgilio Neri, aderì all’«Organizzazione Resistenza Italiana» (ORI): un movimento che, sotto la spinta precipua dell’«azionista» Raimondo Craveri, si era costuito il 15 novembre 1943. In stretta connessione con l’OSS (Office of Strategic Service) americano e il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), l’ORI si poneva il compito di raccogliere informazioni e svolgere azioni di sabotaggio a favore dei resistenti e, in questo contesto, sorse per l’appunto il Battaglione «Ravenna», la formazione partigiana di Neri. Il «Ravenna» doveva posizionarsi e agire nella zona compresa tra il campo d’azione del gruppo comandato dal leggendario – anch’egli a suo tempo calciatore del Faenza – Silvio Corbari (Tradozio-Modigliana-San Valentino) e la trentaseiesima Brigata «Bianconcini» (Vallata della Sintria e Monte Faggiola); insomma assolvere a un ruolo strategico e combattente oltremodo significativo a ridosso della Linea Gotica. Del Battaglione «Ravenna» Neri, che per nome di battaglia assunse quello di «Berni», divenne il vicecapo lasciandone il comando al più militarmente esperto Vittorio Bellenghi («Nico»), un ex ufficiale del Regio esercito nato a Faenza il 7 marzo 1916. Due compagni inseparabili, accomunati anche nel sacrificio estremo. In particolare, il «Ravenna» si segnalò nel recupero di vari aviolanci alleati. Una prima volta, il 10 giugno 1944, sul Monte Castellaccio, quindi in un’analoga operazione il 23 giugno successivo e, infine, preparandosi per un lancio previsto tra il 16 e il 20 luglio ’44 sul Monte Lavane. Giusto in vista di quest’azione, il 10 luglio 1944, all’Eremo di Gamogna in prossimità di Marradi, perderà eroicamente la vita il partigiano-calciatore.

Nel 1946 il consiglio comunale di Faenza gli intitolò lo stadio, ma negli anni la memoria del calciatore-partigiano non è andata perduta. Così recita la lapide, dedicatagli nel 1955 dalla sua città natale, Faenza:

Bruno Neri comandante partigiano caduto in combattimento a Gamogna
il 10 luglio 1944, dopo aver primeggiato come atleta nelle sportive
competizioni rivelò nell’azione clandestina prima, nella guerra guerreggiata poi,
magnifiche virtù di combattente e di grande esempio e monito per le future generazioni.
Fonte: novecento.org
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