Roberta Vinci: 'Il mio esempio di resilienza utile in questi tempi'
TENNIS | Intervista del Corriere.it alla campionessa tarantina Roberta Vinci
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Roberta Vinci
Redazione MRB.it | 30 Marzo 2020 - 15:37
«Pensare per analogie sportive è utile anche in altri campi della vita» (Bill Shankly, allenatore Liverpool). Lo sport è pieno di storie di resistenza, di coraggio e di dedizione che hanno portato risultati impensabili o insperati. Una resistenza che, per analogia appunto, può servire d'ispirazione «in altri campi della vita», come quella che ci sta toccando di vivere.

«In questi giorni, nella bruttissima situazione di emergenza coronavirus nella quale ci troviamo, mi è tornata in mente la partita che ho giocato con Serena Williams a New York nel 2015. Batterla, alla vigilia, sembrava una missione impossibile. Eppure in campo, quindici dopo quindici, mi sono convinta che ci potevo riuscire. Il punto è: non mollare mai, tenere duro, avere fiducia. Di fronte all'epidemia restiamo uniti, rispettiamo le regole, rimaniamo in casa. Mentre ti parlo, guardo fuori dalla finestra e vedo un tizio che sta correndo... Scenderei giù a prenderlo a schiaffi! Ma dove vai? Che esempio stai dando? Ecco, l'esempio: mi piace pensare di aver ispirato almeno una ragazzina, quel giorno sul centrale di Flushing Meadows. Il messaggio che spero sia passato è: la vittoria non è mai per caso, per trionfare ci si deve impegnare a fondo. E con il sacrificio di tutti batteremo il virus».

Balsamo per l'anima
In tempi di pandemia, una chiacchierata con Roberta Vinci è un balsamo per l'anima. La protagonista di quella che è stata definita «la più grande sorpresa della storia del tennis», ormai ritirata da due anni, oggi è una meneghina acquisita. Tarantina di nascita, giramondo per professione, n.7 del mondo nell'aprile 2016, a 37 anni Roberta ha piantato le tende a Milano, comprando casa tra San Siro e City Life. «Di questa città mi sono innamorata - racconta -. L'efficienza dei servizi, i mezzi pubblici puntuali, l'offerta ricca di eventi, musei, teatri, la qualità della vita in generale... Alla fine della carriera, dopo trent'anni di tennis, sentivo il bisogno di ordine, regole, normalità. A Milano ho trovato tutto».
Ha collaborato con il Tc Lombardo, era in cerca di nuove sfide professionali e aveva appena cominciato a fare le telecronache per Eurosport, quando il virus ha bussato alla nostra porta. Roberta non è fuggita in Puglia dai genitori, Angelo e Luisa (di cui ricordiamo ancora, oltre alla squisita cortesia, una parmigiana di melanzane da urlo). È rimasta. «Basta corse nel parco e padel a City Life. Sto in casa, come ci consigliano gli scienziati e ci ordinano i decreti. Cucino, stiro, pago le bollette... Ho una routine che nulla ha a che fare con i ritmi forsennati della vita dell'atleta professionista. Che non mi manca, neanche un po'. Non devo più dimostrare niente a nessuno. Mi sento in pace, finalmente».

Back da manuale
Roberta Vinci la ricordiamo per il back di rovescio da manuale, un bel sorriso intriso del calore del Sud, un meraviglioso gioco d'altri tempi, dieci tornei conquistati su tutte le superfici (dettaglio non banale) tra Bogotà 2007 e San Pietroburgo 2016, le imprese in Federation Cup, l'amicizia che la salda alla generazione di fenomene: Schiavone, Pennetta, Vinci e Errani. Le quattro moschettiere nostrane. Ma anche chi non sa che la palla da tennis è rotonda e di feltro, la conosce per quell'impresa mitica, rimasta incisa a caratteri di fuoco nella memoria di Serena Williams (che con la vittoria all'Us Open 2015 inseguiva il Grande Slam, quello vero), negli annali e nella nostra. 11 settembre 2015. Un venerdì. Williams-Vinci, semifinale dell'Open Usa.

Sinonimo di resilienza
Se tu dovessi raccontare a un alieno cosa è successo quel pomeriggio, cosa gli diresti Robi? «Gli direi che è successo l'incredibile». Per chi non c'era, non sa o fin qui è vissuto su Urano, ecco perché sull'enciclopedia Treccani, da allora, robertavinci è sinonimo di resilienza. «Inizio il match consapevole di perdere. Inutile negarlo: ne sono certa perché affronto un'avversaria nettamente più forte sotto ogni punto di vista. Davide contro Golia, forse, era stata una sfida meno impari. Sono così maledettamente sicura di tornare a casa, che ho già prenotato il volo per l'Italia. Mi dico: fai almeno bella figura, cerca di non farti stracciare 6-1 6-1. Infatti il primo set lo perdo 6-2! Nel secondo, però, inaspettatamente, entro in battaglia. Lottare con Serena punto a punto, mi fa scattare qualcosa dentro. La vedo più nervosa del solito, sbaglia, borbotta. Prendo coraggio. Se sei arrivata fino a qui, penso, qualcosa vali. Dai, non mollare, sii presuntuosa mi ripeto ai cambi di campo, con la testa seppellita sotto l'asciugamano. Vinco 6-4 il secondo set e lei spacca la racchetta. È il segnale: significa che sente la partita, che ha perso le sue certezze, che la pressione è tutta su di lei perché io non ho proprio niente da perdere. Inizia il terzo set ed è Serena Williams che deve battere Roberta Vinci. Decido di fargliela sudare, questa vittoria. 3-3. Le mischio il gioco, la sorprendo, non le do punti di riferimento. Da un certo punto in poi, mi riesce tutto. Demi-volée, attacco di rovescio, demi-volée a due mani... E adesso battete le mani per me, cacchio, urlo ai diecimila del centrale dopo un punto pazzesco. E gli americani applaudono, rispettano il mio sforzo e cominciano a sostenermi. Il tennis è una bilancia: se scende l'altra, sali tu. Mi sento su una nuvola, con la racchetta faccio quello che voglio. 6-4. Game, set, match Miss Vinci. E sono in finale contro Flavia Pennetta». (Ma questa è un'altra storia).

Energia sovrannaturale
Rivista oggi, in piena pandemia (tutto il match Roberta non l'ha mai riguardato: «Mio papà in compenso avrà messo su il dvd a Taranto 150o volte...»), quella sovrannaturale onda di energia che ha sollevato la piccola azzurra ad altezze siderali persino per la gigantesca americana, ha ancora qualcosa di mistico e commovente. «Racchetta, completino rosso, scarpe gialle, borsone... Di quella giornata leggendaria ho conservato tutto» conferma l'angelo vendicatore. Custode dei cimeli della carriera è Angelo Vinci, che a Taranto, in un futuro nemmeno troppo lontano, minaccia di raccogliere tutto in un piccolo museo. Se lo meriterebbe, la Robi, capace di convincerci con l'esempio di una partita di tennis speciale che questa situazione eccezionale, in fondo, al di là delle apparenze, è nelle nostre mani. Vinci ha battuto Williams perché ci ha creduto. Il virus è alla nostra mercé, non viceversa. E, proprio come Serena, alla fine abbandonerà il campo a testa bassa.
Fonte: Corriere.it
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