CRONACA

Il Consiglio di Stato ribalta la sentenza del Tar: l'ex Ilva potrà continuare a produrre

Lo ha stabilito il Consiglio di Stato

L'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto non dovrà essere spenta. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato che 41 giorni l'udienza del 13 maggio scorso ha accolto il ricorso di Arcelor Mittal annullando l'ordinanza con la quale il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, aveva imposto la chiusura di sei reparti dell'acciaieria tarantina entro 60 giorni perché mettevano a rischio la salute dei tarantini.

Il provvedimento del sindaco era stato accolto dai giudici del Tar di Lecce: nella sentenza di primo della giustizia amministrativa, i magistrati salentini avevano evidenziato “lo stato di grave pericolo” in cui vivono i cittadini di Taranto a causa del “sempre più frequente ripetersi di emissioni nocive ricollegabili direttamente all'attività del siderurgico, deve ritenersi permanente ed immanente”. In quella sentenza oggi cancellata dal Consiglio di stato, i magistrati avevano chiarito che “il rispetto dei parametri emissivi previsti in Aia” (autorizzazione integrata ambientale, ndr) non comportava automaticamente “l'esclusione del rischio o del danno sanitario”. Insomma rispettare formalmente le regole non era più sufficiente per continuare a produrre se questa attività creava danni alla salute di operai e cittadini.

Contro quella decisione del Tar leccese, avevano presentato ricorso non solo i legali di Arcelor Mittal, ma anche l'avvocatura dello Stato per conto del ministero per la Transizione ecologica che aveva definito la sentenza “ideologica” e sostenuto che i magistrati del Tar leccese si erano sostituiti allo Stato “esprimendo valutazioni ideologiche piuttosto che giuridiche” censurando e criticando l'operato del ministero “e sostituendosi alla stessa Amministrazione statale”. Il ministero, inoltre, accusa i giudici leccesi di aver deciso sulla vicenda “senza il dovuto approfondimento tecnico” e ritenendo “incontrovertibile” il nesso causale tra emissioni inquinanti e patologie che, per il ministero era in quel momento ancora al vaglio della corte d'Assise impegnata nelle ultime fasi del processo “ambiente svenduto”. Questo processo penale, com'è noto, si è concluso con la condanna dei principali imputati e il riconoscimento del legame causa-effetto tra inquinamenti e malattie.

Fonte: IlFattoQuotidiano.it - Francesco Casula


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