Lisbona 1967, Atene 1983, Istanbul 2005: il 25 maggio è il giorno nero delle italiane
NOTTI DI COPPE E DI CAMPIONI | Per una sottile beffa del destino Inter, Juventus e Milan in questa data hanno perso delle finali già vinte sulla carta
Le avversarie delle italiane esultano: da sinistra Celtic, Amburgo e Liverpool
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Emiliano Fraccica | 25 Maggio 2020 - 15:15
Ci sono certe congiunzioni astrali che fanno paura. Congiunzioni per le quali, se sei un club italiano, e ti ritrovi a giocare una finale di Champions il 25 maggio, un po’ ti viene di toccar ferro. È una data sicuramente infausta, nella quale, attraverso 38 anni, le tre maggiori squadre del nostro Paese (Inter, Juventus, Milan) sono inspiegabilmente uscite sconfitte nell’atto conclusivo del massimo trofeo europeo per club.

Lisbona 1967, all’Inter di Herrera non riesce la tripletta

I nerazzurri di HH a quell’epoca erano davvero una squadra imbattibile. Nel 1964 e nel 1965 già avevano messo in bacheca due Coppe dei Campioni, l’anno dopo erano usciti alle semifinali, e nel 1967 era tanta la voglia di tornare sul tetto d’Europa. Al primo turno c’è la Torpedo Mosca a impensierire la Beneamata, a San Siro finisce 1 a 0 per i padroni di casa, in Russia match a reti bianche. Più agevoli gli ottavi, dove l’Inter supera gli ungheresi del Vasas CS con un punteggio complessivo di 4 a 1. Ai quarti i nerazzurri incontrano i campioni in carica del Real Madrid, ma sfoderano due ottime prestazioni, vincendo al Meazza 1 a 0, ed espugnando il Bernabeu per 2 a 0, con reti di Cappellini e Luisito Suarez. Tesissima la semifinale: gli avversari sono i bulgari del CSKA Sofia e le sfide di andata e ritorno finiranno entrambe 1 a 1. Si giocherà uno spareggio, dove l’Inter vincerà 1 a 0.

La squadra di Herrera arriva in finale con gli ovvi favori del pronostico, e con un undici titolare davvero pazzesco: Sarti in porta, difesa composta da Picchi, Facchetti, Burgnich, Guarneri, centrocampo formato da Corso, Bedin e Mazzola, attacco a tre con Domenghini, Cappellini e Bicicli. Il Celtic di Jock Stein sembrava davvero poca cosa al confronto.

Mazzola dopo sette minuti trasforma un calcio di rigore, e la strada verso la terza Coppa dei Campioni per i nerazzurri si fa subito in discesa. A concedere quel penalty è l’arbitro tedesco Tschenscher, quello che nel 1968 lancerà la monetina che consentirà alla nazionale italiana di qualificarsi per la finale del campionato europeo (poi vinta), nella celeberrima semifinale che vedrà l’allora Unione Sovietica lasciare l’europeo per mano della sorte. Ma questa è un’altra storia.

Però succede che l’Inter, forse paga di un vantaggio conquistato in poco tempo, passa a difendere, invece di cercare il raddoppio. E succede che i biancoverdi, spinti dalla grinta del loro capitano McNeill, cominciano a macinare gioco, e a chiudere l’Inter nella propria metà campo. Al 63’ arriva il pareggio, con un siluro del terzino sinistro Gemmell. I nerazzurri calano vistosamente e all’84’ arriverà il 2 a 1 scozzese, firmato dall’attaccante Chalmers. I Lisbon Lions (come vennero successivamente soprannominati i giocatori del Celtic) alzeranno quella nuova coppa Dalle Grandi Orecchie, difatti chiudendo il ciclo della Grande Inter di Herrera.

Atene 1983, la Juventus di Trapattoni ancora a bocca asciutta

I bianconeri avevano concluso il 1982 con tutto ciò che si poteva desiderare: ventesimo scudetto, seconda stella sul petto e tanti giocatori in rosa protagonisti del Mundial di Spagna. Viene difficile pensare che l’anno successivo, con una squadra del genere, sarà invece un annus horribilis terminato con zeru tituli, citando Mourinho.

In Coppa dei Campioni il cammino della Juventus è quasi sempre in discesa: nel sedicesimo i danesi dell’Hvidovre sono poca cosa, e i bianconeri passano col punteggio complessivo di 7-4; agli ottavi gli avversari saranno i belgi dello Standard Liegi: 1-1 in trasferta e poi 2 a 0 a Torino; nei quarti regolati senza patemi anche gli inglesi dell’Aston Villa, campioni d’Europa in carica, con due vittorie per 2 a 1 e per 3 a 1; facile anche lo scoglio delle semifinali dove la Juventus batte i polacchi del Widzew Lodz con un complessivo 4 a 2.

In quell’edizione di Coppa gli attaccanti bianconeri segneranno a raffica: infatti Paolo Rossi sarà il capocannoniere del torneo con 6 reti, seguito a ruota da Platini con 5.

Si giunge alla finale, e quella di Atene, guardando le squadre titolari, sembra davvero una formalità. La Juve si schiera con Zoff in porta, linea difensiva formata da Gentile, Scirea, Brio e Cabrini, centrocampo composto da Tardelli, Bonini e Platini, e attacco a 3 con Bettega, Rossi e Boniek. Sei campioni del mondo in campo, più un francese tutto classe che di lì a poco vincerà tre Palloni d’Oro consecutivi. Insomma, niente male. Se poi consideriamo che, dei 44mila tifosi presenti in Grecia, 40mila sono juventini, la goleada era quantomeno attesa.

Erano state già stampate persino le magliette ricordo: Juventus campione d’Europa 1983. Anche nell’albergo della capitale greca, che ospitava la comitiva juventina, il clima era di festa annunciata.

La doccia gelata arriva subito però: Felix Magath, al 9’, prende palla ai venticinque metri, cambia passo e dal vertice destro dell’area di rigore lascia partire una parabola diabolica col mancino che sorprende sul secondo palo persino un portiere navigato come Zoff. Un gol di un giocatore che, come dirà Fabrizio Maffei, “fuori dal campo di gioco porta gli occhiali da miope”. La Juve proverà ad acciuffare il pari, ma nel finale l’Amburgo sfiorerà più volte il raddoppio. I tedeschi, guidati in panchina da Ernst Happel, solleveranno la Coppa dei Campioni.

Istanbul 2005, la tremenda umiliazione del Milan di Ancelotti

Se c’è una partita che ci può far capire quanto il calcio sia alle volte imprevedibile e crudele, quella partita è sicuramente Milan-Liverpool del 25 maggio 2005. Per i tifosi neutrali forse la più bella finale mai vista, per quelli rossoneri una nottata fatta di lacrime e sconcerto.

E dire che il Milan aveva iniziato col piede giusto la competizione, chiudendo al primo posto un girone non semplicissimo, formato da Barcellona, Shakhtar Donetsk e Celtic Glasgow.

Agli ottavi e ai quarti il Milan le vince tutte: vince entrambe le sfide contro il Manchester United per 1 a 0 e, cosa più importante, affossa i cugini nerazzurri in due derby senza storia, il primo terminato 2 a 0, il secondo interrotto al 73’ sul punteggio di 1 a 0 per lancio di fumogeni dal settore dell’Inter. Al Milan verrà poi assegnato il 3 a 0 a tavolino.

In semifinale lo scoglio si chiama PSV: a San Siro finisce 2 a 0 con i gol di Shevchenko e Tomasson e il ritorno sembra cosa agevole, ma in Olanda i biancorossi giocano una splendida partita, rimontando i due gol con Park Ji Sung e Cocu. Il match sembra avviato verso i supplementari ma Ambrosini, lasciato solissimo in area sigla un gol fondamentale. Cocu metterà dentro anche il 3 a 1, ma non servirà a nulla.

Il Milan stacca quindi il pass per la finale turca, e se la vedrà con il Liverpool, squadra che sebbene avesse una grande tradizione europea, non vinceva la Coppa da 21 anni.

Ancelotti schiera una squadra fantastica: Dida in porta, difesa a 4 con Cafu, Stam, Nesta e Maldini, rombo di centrocampo formato da Gattuso, Pirlo, Seedorf e Kakà, in attacco Shevchenko e Crespo. Nei Reds dell’allenatore rivelazione Rafael Benitez gente come Carragher, Xabi Alonso, Gerrard, Riise e Baros, una squadra di tutto rispetto. C’era anche quel portiere polacco, Dudek, che fino ad allora si era distinto per qualche papera in campionato e nulla più.

La partenza è stellare: non passa neanche un minuto che capitan Maldini incrocia benissimo una punizione di Pirlo battuta dalla destra, siglando l’1 a 0. Nel primo tempo la squadra di Ancelotti è totalmente padrone del gioco, e Kakà in mezzo al campo fa praticamente ciò che vuole. Al 38’ proprio il brasiliano imbecca Sheva, tiro strozzato che attraversa l’area piccola ma sul quale arriva Crespo, che in spaccata quasi batte ancora Dudek. Ma non è finita, perché al 44’ ancora un passaggio al bacio di Kakà lancia Crespo tutto solo davanti al portiere dei Reds: l’argentino segna col più facile degli scavetti, e quando Mejuto Gonzalez fischia la fine del primo tempo, il tabellone dice “Milan 3 – Liverpool 0”.

Quello che avviene negli spogliatoi non è ben chiaro. Le leggende, poi smentite, parlano di bottiglie di champagne già stappate dai rossoneri. Dallo stadio invece si alzava limpido il coro “You’ll never walk alone”, intonato dai tifosi del Liverpool. All’inizio della ripresa Carlo Pellegatti esclama: “Un Milan stratosferico sta vincendo questa 50esima edizione della Champion’s League”. La Coppa era praticamente nelle mani del Diavolo.

Ma si sa, il calcio è crudele e imprevedibile. Quando capitan Gerrard incorna perfettamente un crossa dalla sinistra al 54’, beffando Dida, per più di qualcuno è solamente il gol della bandiera. Due minuti più tardi però il Liverpool trova la seconda marcatura: tiro dai venti metri non irresistibile da parte di Šmicer, Dida tocca ma la palla entra lo stesso. Passano altri cinque minuti di dominio Liverpool e al 60’ il fattaccio: incursione di Gerrard in area, trattenuta di Gattuso e calcio di rigore per i Reds. Alla battuta va Xabi Alonso: tiro a sinistra, Dida respinge e Alonso calcia nuovamente. Palla in rete e il punteggio dice 3-3.

Ai supplementari le occasioni sono poche, entrambe le squadre sono stanche ma al 28’ il Milan ha una chance che definire colossale è dire poco: Serginho crossa dalla sinistra, Shevchenko è solo in area e colpisce di tesa, Dudek, quello che ne combinava sempre una in Premier League, para a terra. La palla torna sui piedi di Shevchenko che ha praticamente 7 metri di porta tutti per lui, ma l’ucraino la calcia proprio sulla mano aperta del polacco. La palla si impenna e finisce alta, tra lo stupore generale.

Si va ai rigori e lì Dudek metterà in scena il suo famoso “balletto” sulla linea di porta, un movimento che ipnotizzerà prima Serginho (che spedirà alto), e poi due mostri sacri come Pirlo e Shevchenko. Del Liverpool sbaglierà solamente Riise. Gli inglesi conquisteranno la quinta Coppa, in quella maledetta finale dell’Atatürk.
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