Il vuoto generato dall'assenza di calcio...
TARANTO FC | L'editoriale di Lorenzo D'Alò, dalla Gazzetta del Mezzogiorno
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La Gazzetta del Mezzogiorno | 25 Marzo 2020 - 19:47
«Siete mai entrati in uno stadio vuoto? Fate la prova. Fermatevi in mezzo al campo e ascoltate. Non c'è niente di meno vuoto di uno stadio vuoto. Non c'è niente di meno muto delle gradinate senza nessuno». Così scriveva Eduardo Galeano, pensando, forse, all'innaturalità delle partite a porte chiuse o, più semplicemente, tentando di misurare il vuoto che genera uno stadio vuoto. Attribuendo, così, agli spalti senza tifosi una pienezza di vuoto inarrivabile. Mai, però, avrebbe potuto immaginare che, molti anni dopo, quel vuoto, a cui faceva riferimento in uno suo libro (Splendori e miserie del gioco del calcio), avrebbe raggiunto una dimensione assoluta. Perché oggi il vuoto del calcio non è il vuoto di uno stadio senza tifosi. È il vuoto pneumatico generato dall'assenza di calcio. Assenza totale, solo in minima parte surrogabile con repliche di partite da intercettare in tv o filmati di repertorio reperibili in quello sterminato deposito che è la rete. Calcio datato, comunque. Calcio, magari, dell'altro ieri, ma l'altro ieri, in questo vuoto sconfinato, è già un secolo fa.

Oggi ogni mendicante di calcio ha una data da cui far partire la propria astinenza. Un asfittico Taranto-Bitonto vissuto dal vivo. Asfittico perché privo di gol, quasi a presagire un'assenza più grande da lì a non molto: era il 23 febbraio, giusto un secolo fa. Oppure uno spasimato derby d'Italia: era l'8 marzo e già il virus coronato aveva imposto gli spalti vuoti. Oppure ancora, il congedo forse più appassionante, quella scorpacciata di emozioni e gol che è stata Liverpool-Real Madrid, ritorno degli ottavi di Champions, quasi un avvertimento a fare provviste con gli occhi: era l'11 marzo, qualche giorno prima che tutto finisse. E sul calcio calasse il sipario. Sipario che fa rima con sudario.
Ma, a ben guardare, non è tanto più quel calcio che, adesso, ci manca. Non è di un dribbling fluviale di Messi o di un'accelerazione violenta di Cristiano Ronaldo che sentiamo struggente nostalgia. Non è il calcio degli eccessi (volgarità comprese) a cui, ora in piena emergenza, agogniamo. No, per quello si aspetterà finché sarà necessario. E guai, stavolta, a trasformare una partita in una potenziale bomba biologica. No, quello che oggi ci manca appartiene all'infanzia del calcio. È il vociare indistinto che proviene da un'ingenua sfida nella piazzetta sotto cosa. È l'occhiata distratta che lanciamo, ogni volta, al campetto della parrocchia dove le partite (un tempo) non finivano mai. È il rumore che fa il pallone quando rimbalza o appena colpito con maestria sconosciuta. È di questa collezione di frammenti, di queste finestre di campo improvvisamente sbarrate, di queste particelle di felicità che, oggi, sentiamo un bisogno stringente, irrimediabile. Talmente urgente da costringerci a cercare un riparo. A rifugiarci nelle parole. Le parole che solo il calcio è capace d'ispirare. Le parole che da sempre ci fanno compagnia nell'aggiornamento del più grande romanzo popolare che sia mai stato scritto e la cui stesura continua. Anche a gioco fermo. Un flusso inarrestabile che, nemmeno il più subdolo dei virus, riuscirà ad arrestare. Perché tornerà la voglia di pallone. E di correre, calciare, dribblare. Respirando. E col respiro riconquisteremo la libertà.
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno - Lorenzo D'Alò
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