Disaffezione a Taranto, istruzioni per l'uso
LE VOCI DI MRB.IT | 'La tribù della domenica', dalla rubrica di Michele Dentico
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Michele Dentico | 28 Ottobre 2019 - 17:31
Quando in estate parlai del rincaro dei prezzi di abbonamenti e biglietti mi accorgo che minimizzai. Sostenni però che si trattava di un'occasione persa perché, con una squadra che avrebbe ammazzato il campionato, si potevano creare le condizioni per allargare la base del tifo e rimpolpare lo zoccolo duro. Ma era come se gli importanti sforzi della società nell'allestimento della squadra dovessero avere come automatico risultato un aumento dei costi che i tifosi avrebbero dovuto sostenere per seguire la loro squadra. Come recitava un eloquente striscione esposto qualche anno fa dai TarantoSupporters (“lo zoccolo duro l'ha presa nel c...”), a pagare questo ritocco è infatti come sempre (quello che rimane del)la frangia dei tifosi duri a morire, che senza il Taranto – al netto di daspo e diffide – proprio non riesce a stare, non certo il tifoso occasionale che quest'anno vedrà lo Iacovone 2/3 volte se va bene.

Indicavo insomma questa situazione – osservando le mosse tecniche lungimiranti della società tra acquisti importanti e allenatore vincente – solamente come un'occasione persa, ma visti gli sviluppi di questo primo scorcio di stagione ero fin troppo ottimista. Infatti, con i proclami di inizio stagione e quei rincari, le aspettative sono state inchiodate in alto e in bella vista. L'effetto è stato uno: “signori, la squadra c'è, è fortissima, non ha alibi – ma la paghiamo tutti”. Quella che però sembrava una strategia di marketing poco attenta, con la curva a 12 euro per un allenamento infrasettimanale con la juniores del Cerignola si è manifestato piuttosto come un atteggiamento inadeguato. Il risultato è stato caricare di pressioni fortissime quello che, alla fine, è un gruppo di giocatori di serie D, isolandoli e condannandoli ad un solo risultato. Nessuno può quindi sorprendersi della selva di fischi dopo la sconfitta alla prima giornata o addirittura dopo una vittoria striminzita contro un coraggioso Altamura. E che la squadra fosse (troppo) nervosa s'era capito dai primi minuti del campionato. Perché alcuni di loro, come Ragno stesso (che “in questi mesi a Taranto ho letto e sentito cose come mai mi era successo”), magari hanno anche vinto, ma l'hanno fatto a Potenza, a Bisceglie, a Rende che, con tutto il rispetto, non sono Taranto, e soprattutto non sono piazze così deluse.
Si è sviluppato così una specie di triello, come ne “Il Buono, il Brutto e il Cattivo”, una situazione lontana dalla comunione d'intenti decisiva per le vittorie dei campionati, dove nessuno fa sconti tra società, squadra e tifosi. La prima non fa sconti alla squadra, condannata a vincere, e allo zoccolo duro, costretti a mettere mani al portafogli. La squadra, che non fa sconti ai tifosi (con l'inadeguato gesto di Manzo dopo il suo gol del vantaggio che, scrivono i Ts, “esulta in modo decisamente polemico nei confronti di chi pagando il biglietto ha il sacrosanto diritto di fischiare” – anche se successivamente il calciatore ha pubblicato la sua precisazione) e alla società (giocando forse a Bitonto contro l'allenatore che la società ha scelto a giugno? L'atteggiamento arrendevole in campo sembrerebbe suggerirlo).

E poi ci sono i tifosi. Sfiancati dalla storia recente, si sentono in diritto di fischiare sonoramente la squadra fin dalla prima giornata. Lo sciopero del tifo messo in atto ieri è solo l'apice di una parabola: sia Curva che Gradinata hanno anche esposto striscioni, indirizzati agli altri due soggetti di questo triello, che non lasciano troppo spazio a interpretazioni. Uno zoccolo duro che, anche ieri, nonostante tutto, si conferma di quasi tremila persone, però stufe e quindi critiche, ma anche appassionate, “assuefatte” e nondimeno competenti: può piacere o meno, ma queste sono le caratteristiche dell'odierno dodicesimo uomo dello Iacovone che anche con queste manifestazioni di dissenso si dimostra ancora genuinamente incazzato e quindi ancora vivo.

Quei rincari rappresentano, forse, molto più che una semplice occasione persa: lo Iacovone è diventato così uno spazio in cui ci si limita a sanzionare – con una certa severità – l'unico risultato possibile per una squadra a cui una piazza stanca chiede domenicalmente di portarla “via da questa merda di categoria”. Bisognerebbe fare di tutto affinché torni ad essere il tradizionale “fortino”, un luogo dove concentrarsi sulla performance congiunta di squadra e tifosi e, attraverso questa pratica passionale, abituare quanti più tifosi possibili, dai disillusi a disaffezionati, al partecipare insieme ad una storia. In altre parole, dare la possibilità a quanta più gente possibile di sperimentare lo spettacolo del calcio col proprio corpo e quello degli altri, senza mediazioni – televisive o del web –, in una dimensione speciale come quella dello Iacovone che può rappresentare l'unico vantaggio competitivo nei confronti dei più rinomati spettacoli calcistici, italiani e non, che negli ultimi anni si può ormai ammirare con una certa facilità sui media.

L'ambiente-Taranto viene descritto invece come un rebus o un problema da risolvere, quando è piuttosto un sistema complesso – ma per alcuni aspetti prevedibile – che va fatto funzionare armonicamente, evitando di eliminare le differenze tra tutte le componenti che sono il sale della vitalità della piazza: non siamo a Bitonto ma di certo neanche a Roma. O a Cagliari, dove i fischi piovono anche dopo la sontuosa campagna acquisti. Possibile che l'arma in più di ogni squadra, i suoi tifosi e il suo fattore campo, si possa ritorcere contro come sta accadendo al Taranto quest'anno?

L'ultimo che ha davvero capito come farlo funzionare – anche scontrandosi frontalmente con più pezzi della piazza – è stato Blasi, senza abbandonarsi a facili nostalgie: ma quando regali migliaia di fischietti prima di una partita forse hai capito come funziona il fattore campo e come si gioca a questo gioco. E, quando ci riesci, i risultati probabilmente ti daranno ragione.
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