George Best, Genio e sregolatezza
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George Best, foto da belfastfilmfestival.org
Angelica Grippa | 17 Marzo 2020 - 19:00
Tempo di lettura: 4 minuti e 12 secondi
‘Ho sempre voluto essere il migliore in tutto: in campo il più forte, al bar quello che beveva di più’

George Best, nacque a Belfast  e fu scovato da un osservatore del Manchester United, che lo portò nella metropoli a soli 15 anni. Inizia così la storia di un uomo che ha incantato con i suoi piedi le platee mondiali. Breve e intensa la storia di questo fuoriclasse, giocò dal ’64 al ’74 nei Red Devils, conquistando il titolo da capocannoniere per cinque anni consecutivi, la prima Coppa dei Campioni della squadra inglese, contro il Benfica di Eusebio, e tre scudetti. Il Benfica era nel suo destino, e con la storica tripletta ai portoghesi fu consacrato: cosa cambiò quella sera? Venne scritta la storia, e quel giovanotto proveniente dalla classe operaia nord irlandese, venne catapultato in fretta in un mondo fatto di feste, donne, fama e sballo. Il picco della sua carriera arrivò a soli 22 anni, con la Champions League e il pallone d’oro, e così divenne un vero fenomeno di costume legato allo sport, forse il primo nella storia.

Questa è la storia che viene narrata nel film Best del 2000 diretto da Mary McGuckian, un racconto che con precisione si sofferma sulla vita spericolata del campione britannico. Si parte dagli esordi sino all’ultima storica partita, senza più addosso la storica maglia dei Red Devils che lo rese grande. Tutto inizia con George e un suo amico che arrivano in un pub per uno spettacolo, ma come la maggior parte delle sere, tutto finisce con una sbronza, e con la morte del suo amico e mentore Mr Busby (allora allenatore del Manchester), il fuoriclasse ripercorre le tappe fondamentali della sua vita, nonché della sua carriera calcistica. Il film si muove su due binari paralleli: il primo fatto di calcio, dove il regista esalta il genio in campo del protagonista; mentre la seconda molto più ampia e dettagliata descrive il vortice dell’alcolismo e quel perenne autolesionismo, che lo porterà in poco tempo a sperperare tutto il suo talento calcistico. La sua sregolatezza lo allontanò dalla piena consacrazione, quella stessa gloria che conobbero calciatori come Pelè, nonostante i piedi fatati infatti Best rimase un fenomeno per lo più inglese. Un equilibrio psicologico labile, nessun punto di riferimento, il successo in tenera età, scaraventò il fuoriclasse sull’orlo del baratro. Bella la descrizione dell’amicizia con Mr Busby, forse l’unico che tentò di salvarlo, ma non ci riuscì. Originale l’idea di creare un flashback per ricostruire la storia. Il film calca la mano sull’autodistruzione messa in atto da George, mostrando per tutta la durata della pellicola la malinconia che lo afflisse, quel velo di tristezza che non lo lasciò mai. Partita dopo partita Best e il mondo, assistevano alla crescita del suo talento mostruoso, ma qualcosa dentro di lui non seguì il passo, come se la parte più profonda di quest’uomo non riuscisse a sopravvivere al genio. Insicuro e tragico cercava se stesso in fondo alle bottiglie, le sue fedeli amiche nelle sere della sua vita. Arrivò a disertare gli allenamenti o a presentarsi ubriaco in campo, entrando in una sorta di vortice di disgusto verso la sua persona, che lo portò all’inesorabile fine della sua carriera.

Il regista a mio parere ha concentrato l’attenzione della macchina da presa sul privato del personaggio, per evidenziare la parte sregolata che portò a dissipare la vita e il talento immenso del più calciatore della storia inglese. Forse avrebbe dovuto consacrare il Best calciatore, le sue magie in campo, in questo si nasconde un approccio alquanto moralista. Una cosa insegna questo film: il calcio è uno sport, e come tale è fatto di atleti, lo stile di vita di questi sportivi incide in modo determinante sulla carriera e sulle singole prestazioni. Nella storia e anche nel calcio moderno sono stati tanti i campioni che hanno preferito il divertimento a tutto il resto, ma la storia ci insegna anche che per mantenere quel talento vivo sul campo ci vuole soprattutto grande disciplina, una grandiosa forza mentale e la costanza. Ma ci insegna anche che la memoria di questi talenti fuori dal comune sopravvive anche alla loro ’cattiva condotta’, sportivamente parlando, resiste anche alle tempeste mediatiche e alle carriere troppi brevi se quello che mostrano in campo si mostra irripetibile. Sicuramente nel film Best è più una star che un calciatore, e questo in parte dispiace. George fu un talento puro, forse troppo ingenuo o forse poco scaltro per resistere ad un mondo che ti vuole troppo veloce fatto di celebrità, donne e fiumi di alcool.
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