Viaggio nel settore giovanile: Il gatto e la volpe?
CALCIO | Ex calciatori, addetti ai lavori e un pensiero comune sui settori giovanili

  • Roberto Orlando
  • 07 Gennaio 2019 - 10:17
 
foto Luca Barone
Imbattendoci, su facebook, sui post di alcune pagine che parlano del calcio e dell’amore verso questo sport, ci soffermiamo su alcune dichiarazioni sui giovani e sui sogni da calciatore dei ragazzini. Vorremmo porre l’accento sulla sensibilità che hanno molti protagonisti di questo mondo, dalle vere e proprie leggende del calcio mondiale o semplicemente agli uomini innamorati del calcio che rivedono nelle speranze dei ragazzini di diventare calciatori il loro stesso sogno. Sensibilità che fanno comprendere come occorra difendere le fragilità dei ragazzi in età evolutiva da un certo tipo di “sciacallaggio” o dai tanti “gatti e volpi” di collodiana memoria. Le pubblichiamo così come sono state dette o riportate, “rubando” dalle varie bacheche.

Simone Tiribocchi, ex calciatore ed allenatore Eurocalcio Vicenza: “mio figlio ha cinque anni, l’anno prossimo lo vorrei portare in qualche scuola calcio per iniziare. Mi dice sempre: ‘papà voglio giocare a calcio’. Io invece lo porto nella natura a pescare. Sinceramente l’unico motivo per cui vorrei che facesse questo mestiere è per i benefici economici, ma se penso al calcio di oggi, per il bene che gli voglio sarebbe meglio stesse alla larga da questo ambiente di m…”.
“Ho fatto questa vita e non ci sputo sopra, ma o sei uno che ha due palle grandi così ed è disposto a mandare giù m... o se invece sei un bambino timido, un po’ chiuso… meglio evitare”.
Da quattro anni vivo nel mondo delle giovanili, vedo come si comportano e vedo l’Italia calcistica com’è messa. Oggigiorno le società per risparmiare prendono allenatori che lo fanno per hobby o come secondo lavoro. Tanti allenatori delle giovanili scaricano i filmati da internet senza pianificare gli allenamenti, senza sapere se quell’esercizio abbia senso per i bambini”. “Le società cercano solo i risultati. Arrivano dei procuratori, anche negli Allievi, ti dicono: ‘questo mio ragazzo deve giocare’ e ti danno 30.000 euro. O alcuni allenatori che pagano 40.000 euro per essere assunti. Poi ci si chiede come mai l’Italia non va ai Mondiali. Cari presidenti e dirigenti, non cadete dal pero. Tutti sanno che nelle giovanili c’è gente che paga per allenare o giocare e nessuno fa nulla”.

Sergio Mezzina, allenatore, osservatore, responsabile settore giovanile: “Torneo Haider a Roma. Uno dei più importanti a livello nazionale per la categoria under 14. Alcuni spunti di riflessione. Livello generale complessivamente alto, anche se con pochi talenti puri. Anche i top club, almeno in determinati ruoli, selezionano per qualità e saper giocare prima che per fisicità, intesa puramente come struttura fisica. Il motore, quello sì che conta invece. Speriamo che il trend resti quello anche salendo di categoria. I tecnici di questa categoria confermano la loro importanza fondamentale. Si allenano i principi di gioco piuttosto che la tattica collettiva. E sono sempre più quelli che allenano i difensori a giocare in parità numerica. L’uno contro uno infatti esalta l’apprendimento dei principi del marcamento. Un cenno merita il tecnico dei 2005 dell’Inter, tale Cristian Chivu. Anni da calciatore ad altissimi livelli, ma entusiasmo e passione da ragazzino al servizio dei suoi allievi che giocano benissimo. In barba ai tanti ex calciatori che “usano” il settore giovanile e i ragazzi solo per realizzare le proprie ambizioni personali. Chapeau”.

Clarence Seedorf, ex calciatore, allenatore: “nel calcio fatica ad imporsi la figura dello psicologo perché gli allenatori pensano di saper fare da soli. Il calcio è indietro vent’anni rispetto agli altri sport. E questo coinvolge i settori giovanili, anche riguardo alla scelta del tecnico adatto al vivaio. Per lavorare con i bambini è necessario aver studiato, ci vuole un background pedagogico. Non penso sia indispensabile aver giocato, perché per dimostrare e correggere i gesti tecnici ci si può far affiancare da un maestro della tecnica. Il male dell’Ajax è iniziato quando hanno tolto gli insegnanti e inserito ex calciatori che ambiscono ad allenare in prima squadra. L’ambizione di chi lavora con i giovani deve riguardare il vivaio, altrimenti hai scelto male. E se non hanno competenze, probabilmente faranno anche danni. Per questo motivo chi prepara gli allenatori deve alzare la soglia e dividere i percorsi formativi. L’istruttore che ricordo con maggiore affetto, a livello giovanile, era un ciclista con due polpacci così, che non sapeva neanche calciare, ma sapeva di calcio e aveva un modello di lavoro, indicato dalla società, molto chiaro da seguire. Oggi ci si è spostati verso il personaggio… ma non funziona così”.
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