Taranto e il Settore Giovanile. Parla il presidente della Fondazione Taras
TARANTO FC | Gianluca Sostegno a MRB.it, sul settore giovanile
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Roberto Orlando | 3 Gennaio 2019 - 11:43
Continuando la nostra inchiesta sul settore giovanile tarantino, MRB.it ha intervistato Gianluca Sostegno, presidente della Fondazione Taras.

Quale è stata la vostra esperienza nella gestione del settore giovanile rossoblù?
"Sin dalla nascita del Taranto FC 1927, nel 2012, la Fondazione Taras ha sempre cercato di tutelare i ragazzi del nostro settore giovanile, elemento imprescindibile della vita del club stesso, dando loro la possibilità di crescere con i sani valori dello sport, e magari un giorno coronare il sogno di indossare la maglia della prima squadra.
Una gestione ottimale delle giovanili passa necessariamente attraverso un’organizzazione che operi con trasparenza, meritocrazia e professionalità.
Nel 2013 il trust venne incaricato dal CdA di gestire il settore giovanile con una certa autonomia, e contribuì a finanziare considerevolmente tali attività in maniera diretta. Grazie a queste risorse, finalmente adeguate all’importanza del compito di far crescere i nostri giovani, tutto lo sforzo dei volontari della Fondazione si concentrò sul dotare il settore giovanile di un’organizzazione professionale, garantendogli al contempo la serenità e la visibilità presso i tifosi che meriterebbe sempre.
Credevamo fortemente in quel progetto e nelle potenzialità del nostro settore: fu una full immersion, ma l’impronta che riuscimmo a garantire in quel breve periodo fu di grande professionalità. Grazie anche all’impegno degli addetti ai lavori che riuscimmo ad individuare, diverse testate giornalistiche sportive a livello nazionale focalizzarono la loro attenzione su quanto stava accadendo a Taranto. Forse per la prima volta in assoluto, un comparto così importante per una società di calcio veniva gestito direttamente dai tifosi. Si è trattato dunque di un’esperienza davvero entusiasmante. Ci siamo spesi per il bene del vivaio non solo in termini economici, ma soprattutto nell’apporto di risorse umane. Tanti volontari dell’associazione hanno infatti contribuito fattivamente in ruoli di segreteria e come dirigenti accompagnatori, sacrificando molto tempo prezioso a lavoro e famiglie. I rapporti con i tecnici, a capo dei quali c’era mister Giuseppe Passariello, proprio in questi giorni richiamato dal Taranto a ricoprire il medesimo ruolo, furono decisamente ottimi.
I risultati furono presto sotto gli occhi di tutti; tra l’altro, partirono proprio da quei “Giovanissimi” Cardamone, Cardea, Gatto, Palmisano e Russo A., solo per citarne qualcuno, alcuni dei quali ora calcano i campi di diverse prime squadre della D.
Non potendo garantire, per natura stessa dell’associazione, il soddisfacimento di un impegno così importante con continuità, il nostro operato di quell’anno ebbe però il proposito di far partire la macchina, di dare un’impronta, di far comprendere alla proprietà quanto importante potesse essere un settore giovanile ben strutturato. La società avrebbe dovuto proseguire su quella strada già tracciata, per quanto onerosa potesse essere in termini di investimento, perché nel tempo avrebbe dato i suoi frutti: tante società di calcio riescono a trarre dal vivaio un importante sostentamento economico. Il maggior guadagno riveniente dal vivaio, tuttavia, è rappresentato dalla capacità di proiettare ogni anno in prima squadra un certo numero di ragazzi.
Negli anni successivi, su richiesta delle diverse presidenze che si sono avvicendate alla guida del Taranto e nell’esclusivo interesse dei nostri ragazzi, ci siamo limitati ad un ruolo di supervisione: col passare del tempo, però, è diventato sempre più arduo, in questa nuova veste, assicurare il giusto funzionamento della complessa macchina del settore giovanile. Alla fine della stagione 2016/2017, prendendo atto dell’assenza delle condizioni minime, abbiamo dunque deciso di rimettere tale mandato.
Siamo convinti che se si fosse proseguito nel solco tracciato nel 2013, il Taranto avrebbe oggi un settore giovanile competitivo e consolidato, ivi compresa la scuola calcio di cui il club si dotò per la prima volta nella storia, complice la forte spinta del trust, e che è poi stata incomprensibilmente chiusa al termine della stagione 2016/2017".

Gestione interna o esternalizzare? Cosa significa per una società in termini economici? E per la crescita dei ragazzi? Chi ci guadagna?
"Assolutamente gestione interna, perché è l’unica in grado di assicurare il grado di attenzione e trasparenza necessario al perseguimento esclusivo degli interessi dei ragazzi e, quindi, del club. Nel già citato 2013 abbiamo sventato la possibilità che il settore giovanile del Taranto fosse in qualche modo esternalizzato rispetto alla gestione diretta tenuta fino a quel momento. Era la proposta di alcuni dei componenti di quella compagine societaria, finalizzata soprattutto ad abbattere i costi di gestione. Ricordo un nebuloso progetto denominato “Taranto Academy”, a cui abbiamo dato battaglia nell’ambito del CdA, attirandoci in quel contesto non poche antipatie. Pur di scongiurare quella ipotesi, come dicevo prima, ci impegnammo direttamente nella gestione e nella organizzazione del settore giovanile apportando idee, risorse umane e finanziarie".

In questi anni pochi giovani calciatori provenienti dal settore giovanile del Taranto hanno avuto esperienza in prima squadra. È possibile che non ci siano ragazzi calcisticamente validi a Taranto per arrivare a vestire la maglia della prima squadra?
"Nel solco di quella strada tracciata, dobbiamo dire che fino al 2015 i ragazzi del settore giovanile sono stati spesso aggregati alla prima squadra, alcuni fra loro vi hanno anche debuttato: non erano neanche pochi, in relazione alla giovane età di un club nato dal nulla appena tre anni prima. Parliamo di Cardea, Gatto, Russo, De Salve, i fratelli Boccadamo, Giannotta, Ranieri, Girardi, senza dimenticare Cardamone, oggi a Francavilla in Sinni, e Palmisano, attualmente al Nardò. Era certamente quella la strada da seguire, soprattutto perché talento e potenzialità non mancano nei giovani dell’intera provincia ionica. Bisogna anche dire che negli anni passati le scelte di alcuni responsabili tecnici della società non hanno certamente privilegiato la tarantinità".

Dall’anno zero (il 2012), si sono avvicendate diverse proprietà alla guida della società: quanto ha influito sulla continuità del progetto di crescita sui ragazzi? Tutti questi passaggi quanto hanno reso vano il lavoro svolto, in riferimento anche alla vostra esperienza?
"A torto o a ragione, sin dalla nascita del Taranto FC 1927, tutti i Presidenti che si sono succeduti hanno dedicato quasi esclusivamente le proprie energie alla prima squadra. Ovviamente tutto ciò è andato a discapito del settore giovanile, il cui costo annuale in serie D si aggira intorno agli 80mila euro, se si desidera strutturarlo in maniera professionale: cifra che raddoppia, quanto meno, in serie C. È altrettanto evidente come un progetto del genere abbia bisogno di continuità e di stabilità. Tutto questo è venuto a mancare, anche perché ogni Presidente insediatosi aveva una propria visione. Le fondamenta gettate nel 2012 e nel 2013 sono ancora lì, in attesa di essere implementate. Il cantiere è ancora aperto".

Qual è la ricetta per uscire dalle difficoltà attuali e garantire il progetto educativo?
"Non ci sono ricette o segreti, l’unica via è quella della programmazione e degli investimenti a medio-lungo termine nel settore giovanile. Occorre pazienza, dedizione e soprattutto uno staff tecnico composto da professionisti, che antepongano gli insegnamenti di vita a quelli puramente calcistici.
Nel 2013 riuscimmo a stabilire i giusti rapporti con i genitori e a dare delle regole ai ragazzi. Per fare qualche esempio, non si potevano indossare orecchini e braccialetti durante gli allenamenti (che sono vietati dal regolamento durante le partite ufficiali), chi arrivava al campo in moto senza casco saltava gli allenamenti e non veniva convocato la domenica. La stessa sorte toccava a chi assumeva comportamenti irrispettosi, durante la settimana, verso tecnici o compagni, in campo si poteva comunicare solo in lingua italiana. Ricordo che un ragazzo, per aver reagito in una amichevole colpendo volontariamente l’avversario con una manata, fu a malincuore svincolato. Forse qualcuno potrebbe non condividere, ma questi metodi hanno fatto crescere molti di quei ragazzi: basterebbe chiederlo a loro.
Occorrono allenatori preparati tecnicamente, che sappiano però essere ancor prima educatori. Occorrono professionisti, perché per allenare i ragazzi non devi essere bravo ma devi essere bravissimo. Non è un caso che tutti i calciatori affermati, cresciuti in vivai di club importanti ed organizzati, ricordino per primi gli allenatori avuti da ragazzi, durante la trafila nei settori giovanili".
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