40 anni fa, 40 anni ora. Iacovone vive?
#ERASMO40 | Nel 2000, quando a queste latitudini calcistiche internet era quasi l'alba...
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Roberto Orlando | 5 Febbraio 2018 - 20:50
Nel 2000, quando a queste latitudini calcistiche internet era quasi l'alba della nuova era digitale, per noi tifosi internettari era quasi un dovere informare; o meglio, riportare e diffondere in rete le notizie che avevamo solo su carta, o che avevamo sentito dai genitori o dai nonni. Il nostro canale era il neonato sito di TarantoSupporters, punto di incontro di tanti tifosi locali o fuorisede e coagulo di idee, di pensieri, di attività. Fummo i primi a riportare in rete la storia del Taranto, quella scritta tanti anni prima da Rino Dibattista fino a "mai dire Taranto", coprendo gli ultimi anni con i ricordi e le nostre esperienze. Arrivò anche il momento, quando fu il febbraio del 2001, di ricordare Erasmo "Jacovone", con la J, perchè tutti lo scrivevano così. E fu naturale rielaborare la cronaca dell'epoca, i fatti, raccontare quello che successe. In quel momento era quello da fare: raccontare, diffondere informazioni, quasi un sedersi attorno al fuoco tra amici e narrare i nostri ricordi, le nostre storie.

Ho ritrovato quel primo ricordo di Erasmo, nell'archivio storico di TarantoSupporters, prima mia esperienza pseudo-giornalistica e lo riporto integralmente:

Jaco è vivo e non ci lascerà mai

Raccontare significa anche ascoltare le storie degli altri, l'altra versione dei ricordi, parafrasando un noto cantante sanremese. E allora cosa c'era di meglio che raccogliere dall'ormai affollatissimo primo guestbook di TarantoSupporters i ricordi e le emozioni degli altri tifosi? Fu ciò che ideammo nel 2002, nel suo giorno. Lasciando anonimo chi lasciò il suo pensiero, ne riporto qualcuno significativo; riproporre quelle testimonianze ha oggi, 16 anni dopo, il senso del recupero della memoria, quella che il tempo cancella.

Gli interventi dal Guestbook

Da allora tutto ciò che riguardava Iacovone è stato scritto, visto e proiettato. Gli amici di TarantoSupporters di quegli anni ebbero la grande idea e tanta caparbietà per recuperare le foto degli anni a Mantova e Carpi, trovare i video dei suoi gol, regalando alla storia le "reliquie" del suo bomber Iacovone.

Ma oggi, a 40 anni di distanza, su cosa dobbiamo interrogarci? Rimanere nel limbo della semplice ricorrenza diventerebbe uno sterile esercizio votivo; legittimo, giusto, sentito, per carità. Ma a grave rischio di svuotarsi di significato.
Sarebbe interessante intervistare i ventenni che allo stadio gridano il suo nome e chiedere di Iacovone: cosa ne sanno, se lo conoscono, chi gli ha raccontato di Erasmo, quale ricordo stiamo loro tramandando. Per i nostri padri Iacovone era più di un giocatore, quel Taranto era più di una squadra. Noi quarantenni siamo la prima generazione "senza Iacovone" e le nuove generazioni vivono esperienze e narrazioni a volte troppo fuggenti e fugaci per soffermarsi su vecchi miti del passato.

Il Taranto degli anni '70 era la proiezione di una società in espansione, nonostante il periodo buio degli anni di piombo. Grazie al siderurgico la città era diventata una delle più importanti del mezzogiorno e sognava, anche nel calcio, da grande. In 40 anni abbiamo assistito ad una progressiva crisi in tutti i settori sociali e il calcio ha continuato ad essere lo specchio della città: un fallimento dietro l'altro. Fallimenti economici, regressione dello spessore politico cittadino, agonia della cultura e, ovvio, fallimenti sportivi.
Eppure, la bandiera di Erasmo era sempre li, a sventolare e a ricordarci un periodo sorridente ormai troppo lontano. A dirci chi eravamo e dove dovevamo andare. Oppure a dirci che eravamo ad un passo dall'essere di nuovo grandi. O a riunirci sotto la sua immagine quando ormai anche la speranza di un domani migliore era svanita. Un parafulmine? Un faro da seguire? Un collante, questo si, una icona identitaria.

Un pensiero in questi anni non mi ha mai abbandonato e riguarda la sua vedova, Paola Raisi. Da 40 anni lei e la figlia Maria Rosaria per i tarantini sono ciò che di tangibile è rimasto di Erasmo, donne che hanno vissuto la grande difficoltà di andare avanti senza un marito e un padre (o almeno, quel marito e quel padre). Quanto l'affetto e il ricordo che ogni volta la comunità tarantina gli hanno mostrato è diventata una gabbia? Quante volte avrebbero voluto staccarsi da quel ruolo ed essere semplicemente Paola e Maria Rosaria e non "la moglie di" o "la figlia di"? O forse proprio nell'amore dei tifosi tarantini riescono a mantenere vivo il ricordo di un marito, di un padre, e di andare avanti? E se è così, Paola e Maria Rosaria, ci insegnate di nuovo come andare avanti con (e senza) Erasmo?

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